Giovedì 27 marzo 2025 San Benedetto da Norcia

L’unica fonte storica sul santo di Norcia, che ne delinea il percorso di vita e la fisionomia spirituale, è il II Libro dei Dialoghi, di San Gregorio Magno secondo il quale San Benedetto, fratello di Santa Scolastica, nacque intorno al 480 da un’agiata famiglia romana e trascorse a Norcia, gli anni dell’infanzia e della fanciullezza. Adolescente venne mandato a Roma, a compiere i suoi studi, ma, sconvolto dalla vita dissoluta della città, ritrasse il piede, che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio. Disprezzò quindi gli studi letterari ed abbandonò la casa e i beni paterni, cercando l’abito della vita monastica perché desiderava di piacere soltanto a Dio. All’età di 17 anni, dunque insieme con la sua nutrice, si ritirò nella valle dell’Aniene presso Enfide l’attuale Affile, dove compì il primo miracolo riparando un vaglio, rotto dalla stessa nutrice che poi lasciò per avviarsi lungo la valle di Subiaco, dove si fermò, presso gli antichi resti di una villa neroniana, incontrando il monaco di un vicino monastero di nome Romano, che, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò una grotta impervia del Monte Taleo, attualmente inglobata all’interno del Monastero del Sacro Speco, dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell’anno 500. Conclusa l’esperienza eremitica, accettò di fare da guida, ad altri monaci in un ritiro cenobitico presso Vicovaro, ma dopo un tentativo di avvelenamento, subito da parte dei suoi stessi compagni, probabilmente gelosi della sua influenza spirituale, fece ritorno a Subiaco, dove rimase per quasi trenta anni, predicando la “parola del Signore” ed accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di dodici monasteri, ognuno con dodici monaci ed un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Intorno al 529 a seguito dell’irriducibile ostilità di un tal prete Fiorenzo, decise di abbandonare anche Subiaco e si diresse verso Cassino, dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista, da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica e di san Martino di Tours, celebre monaco e vescovo della Gallia. Nel monastero di Montecassino, San Benedetto, compose la sua Regola, intorno al 540. Prendendo spunto dalla tradizione monastica precedente dei Padri del deserto, Cassiano, Basilio, Agostino e probabilmente anche dall’anonima “Regula Magistri” egli combinò l’insistenza sulla buona disciplina con il rispetto per la personalità umana e le capacità individuali, nell’intenzione di fondare una scuola del servizio del Signore, nella speranza di non dover ordinare nulla di duro e di rigoroso. La Regola, umana e saggia sintesi del Vangelo, nella quale si organizzava, nei minimi particolari, la vita dei monaci all’interno di una “corale” celebrazione dell’Opus Dei, cioè della liturgia quotidiana, diede nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga ed imprecisa, precettistica monastica precedente. I due cardini della vita comunitaria, erano e sono tuttora il concetto di “Stabilitas loci” vale a dire l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero, per contrastare il vagabondaggio allora piuttosto diffuso di monaci più o meno “sospetti” e la Conversatio, cioè la buona condotta morale, la carità reciproca e l’obbedienza all’abate, il “padre amoroso” termine che deriva dal siriaco abba, “padre” che non viene mai chiamato superiore ed è il cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata, durante la quale la preghiera ed il lavoro, si alternano nel segno del motto “Ora et Labora” “prega e lavora” col sostegno della lectio divina, cioè la meditazione della Parola di Dio. San Benedetto morì, secondo quanto riportato dalla tradizione, proprio a Montecassino, il 21 marzo del 547 quaranta giorni circa dopo la scomparsa di sua sorella Scolastica, con la quale ebbe comune sepoltura. Secondo il racconto di San Gregorio Magno, spirò in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la comunione e con le braccia sollevate in preghiera, mentre li benediceva e li incoraggiava.

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